Il mostro
C’è una cosa che succede sempre, ogni volta che accade qualcosa di impensabile: Una madre che uccide i figli, qualcuno che si toglie la vita qualcuno che decide di portare altri con sé; tutto nel modo più crudele possibile.
Però calmi, dai! Per fortuna dopo lo shock, arriva subito la spiegazione veloce, ordinata, rassicurante: La malattia mentale.
Qualcuno che “era seguito”.
Qualcuno che “aveva già dato segnali”.
Qualcuno che, in fondo, non era davvero davvero come noi.
Ed è proprio lì succede la cosa più comoda di tutte: ci sentiamo al sicuro da tutto.
“ a me non può succedere’
Perché se è malattia mentale, allora è lontano è un episodio circoscritto è qualcosa che in fondo e in fine era riconoscibile. È altro da noi.
Ma non funziona mai. Ma come mai?
Non funziona perché la malattia mentale non è un’etichetta che separa nettamente chi sta dentro da chi sta fuori non è una linea di confine visibile.
Non è qualcosa che riguarda “alcuni”.
È vicina, diffusa e silenziosa e non è una categoria narrativa da usare quando serve una spiegazione rapida ma una condizione medica che attraversa vite normalissime. È che potrebbe capitare a tutti, come un cancro.
Può capitare alle stesse persone che lavorano con noi, che rispondono sempre ai messaggi, che preparano la cena ogni sera e che ogni giorno accompagnano i figli a scuola.
Le stesse persone che stanno dentro la nostra stessa quotidianità, quello quotidianità/specchio che usiamo per sentirci al riparo.
Finché continueremo a raccontarla così come qualcosa che appartiene agli altri, continueremo anche a non riconoscerla quando ci passa accanto, quando ci guarda e ci chiede aiuto.
E meglio iniziare riconoscendo che forse è proprio questo quello che ci fa paura:
la somiglianza

