Compiti
La quantità di compiti che deve gestire una creatura di seconda media la prepara direttamente, per il futuro, alla gestione di una piccola o media impresa. La pressione continua di verifiche e interrogazioni la forgia per fronteggiare i manager più agguerriti della concorrenza. Le centinaia di nozioni con cui quotidianamente viene ingozzata dalla scuola italiana la allenano a memorizzare dati e byte degni di un calcolatore sepolto e raffreddato in qualche deserto.
E guai a lamentarsi della mole di lavoro in una chat di genitori e dire: “Ehm, scusate, ma questi settantaquattro esercizi di matematica e queste sedici pagine di storia del clavicembalo non vi paiono un filino esagerati!?”
Perché tuo figlio potrebbe essere tacciato di insubordinazione e immediatamente additato come quello scarso, quello che si lamenta, quello che “non mi sta on point”.
Nozioni, nozioni, nozioni. E non mi voglio inimicare gli insegnanti — lo so che devono portare a termine i programmi — ma a volte, la sera alle undici, quando sto colorando la proiezione ortogonale di un prisma, mi domando a cosa serva tutta questa fretta, se non a spuntare caselle sul grande foglio Excel della vita.
Intanto, qui ogni giorno è una lotta per arrivare alla sera portando a termine questi scolastici Giochi senza frontiere, dove tu, genitore, sei combattuto tra il lasciar correre con le sue gambe il frutto del tuo grembo e il lasciarlo affogare, perché “it’s scuola dell’obbligo, baby!”.
E come quando Nina era piccola e c’erano quei bambini che dormivano, mangiavano, parlavano, camminavano, portavano a casa uno stipendio, pulivano la loro cameretta e risolvevano conflitti, così oggi ci sono quei bambini che fanno sei attività pomeridiane e portano a casa le pagelle di Elias e Tisini.
Vabbè, noi ci arrendiamo. Noi speriamo di cavarcela
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Mi piacerebbe che questo spazio diventasse un piccolo luogo di conversazioni sincere — anche scomode, ma sempre rispettose. (No offese, plis.)
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